Jean-Luc Monterosso

  • 14 settembre 2010
    Par Jean-Luc Monterosso
    KARL LAGERFELD : PARCOURS DE TRAVAIL <br/>BY JEAN-LUC MONTEROSSO

    KARL LAGERFELD : PARCOURS DE TRAVAIL
    BY JEAN-LUC MONTEROSSO

    Prefazione alla mostra
    del direttore della Maison Européenne de la Photographie

    15 Settembre - 31 Ottobre
    Maison Européenne de la Photographie
    5-7, rue de Fourcy
    75004 Paris

    Si diventa fotografo per vocazione o per necessità?
    Nel caso di Karl Lagerfeld, la risposta è semplice: si diventa fotografo per sfida.
    Tutto ha avuto inizio più di venti anni fa quando, deluso dalle foto per la stampa della sua collezione, Karl Lagerfeld decise, sotto la pressione benevola del suo collaboratore e amico Eric Pfrunder, di passare dietro la macchina fotografica, per guardare attraverso l'obiettivo e scattare da sé le sue fotografie.
    “La fotografia è un’avventura, proprio come la vita", scrisse Harry Callahan.
    Chi vuole esprimersi attraverso la fotografia deve assolutamente capire il suo rapporto con la vita.
    "Questo “Parcours de travail” è quindi un'illustrazione retrospettiva, fra le altre, dell'attività prolifica di un uomo di gusto e di cultura che ha scelto, attraverso la moda e la fotografia, di evidenziare la bellezza delle linee, delle forme e dei colori. Un uomo del quale si può dire che ha dedicato la sua vita alle immagini, tutti i giorni, con la sola preoccupazione di inventare, nella leggerezza del momento, nuovi modi di vedere."

    Il suo credo è vedere, vedere ogni cosa, instancabilmente, con grande curiosità e desiderio, e in questa prospettiva, scegliere ciò che si deve guardare. Pertanto, lui può fare ritratti, fotografare paesaggi, architetture, nudi ed anche still life.

    Karl Lagerfeld lavora molto nello Studio. La macchina fotografica ha poca importanza ai suoi occhi: lavora bene sia con una fotocamera 20 x 25 o 24 x 36 sia con una fotocamera digitale, circondato da assistenti dedicati e motivati. Sceglie con cura le sue modelle e cerca di dar loro la parte migliore. "Non bisogna consumare le modelle", dice, "Bisogna dar loro uno spirito (1)".
    Quando Karl Lagerfeld risponde ad uno stimolo, si comporta, usando una sua espressione, come un “serial killer”. Procede incurante delle difficoltà e degli ostacoli. Il suo compito è cercare l’imperfezione ed eliminarla. Questo è senza dubbio il motivo per cui, una volta passato il momento magico, molte delle sue foto non passano di moda. Si modificano, migliorano e sfuggono al loro contesto, come quelle di Avedon e Peter Lindbergh.
    I suoi nudi sono sempre “vestiti” con una certa grazia; sono discreti, mai indecenti.
    Non c'è da parte di Karl Lagerfeld alcuna volontà di scandalizzare o di provocare. Siamo lontani dal mondo di Wolfgang Tillmans o della torbida History of Sex di Andres Serrano. La trasgressione, quando c’è, è sempre una forma mentale - come nella serie intitolata “The Beauty of Violence”, dove in una danza dionisiaca, il giovane Baptiste Giabiconi mostra le sue più profonde pulsioni del desiderio, mentre sfugge all'obiettivo e non rivela nulla della sua nudità.
    Karl Lagerfeld realizza la maggior parte delle sue foto in uno studio enorme che ricorda una cattedrale, tappezzato di libri disposti e classificati con ordine. Il suo studio è stato spesso a torto paragonato, alla Factory di Warhol, ma nulla è più lontano dal modo di agire e dall’etica di Karl Lagerfeld rispetto all’universo di colui che voleva essere invece una macchina.
    La Factory di New York era un luogo di peregrinazioni; era il sogno di una “fabbrica” creativa anonima fondata sulla ripetizione e sullo stereotipo. Non troviamo niente di tutto questo nello studio. Il modello a cui si ispira Karl Lagerfeld rimane l’Atelier di Haute Couture, dove si realizza un lavoro collettivo, dove ciascuno contribuisce con le proprie competenze, il proprio savoir-faire, e dove cucire un semplice bottone diventa una vera e propria opera d'arte. A parte una bottiglia di Coca Cola light, poggiata sul tavolo, siamo molto lontani dall’America anni Sessanta e suo disincanto che la contraddistingue.
    Nel cuore di Parigi lo Studio 7L, è ordinato e luminoso. Il suo entourage vive secondo un proprio ritmo, in una calda atmosfera dove spesso l’humor fa a gara con la serietà e la concentrazione. Sembra l’atelier di un fotografo o meglio di un produttore di immagini. È soprattutto un’atelier di “Regard”, dove si realizza un'opera unica.
    Ci sono numerosi esempi nella storia della fotografia di artisti con attività parallele.
    Degas, Lewis Carroll e Brancusi, solo per citare i più noti, hanno usato la fotografia seguendo il proprio istinto ed hanno creato delle opere originali ed innovative. Ma se Degas ha utilizzato la fotografia per documentare la sua opera pittorica e Brancusi per valorizzare le sue sculture nello spazio, con Karl Lagerfeld è il disegno che dà l'impulso creativo. La linea precede la forma e la forma segue la luce. "Compongo una foto nello stesso modo in cui compongo un disegno, ma la luce gli conferisce una nuova dimensione (2)". Così, fotografare non è solo scrivere con la luce, ma è anche e soprattutto comporre e disegnare con essa.
    Per molti fotografi – fotoreporter, in particolare – l'esposizione è un rischio. Non solo in termini di pericolo, ma anche perché l’istante catturato non si ripete, o solo in rari casi. Esiste comunque una famiglia di fotografi per cui l'esposizione è soltanto una fase del processo creativo. Un processo che comprende il laboratorio, lo sviluppo e la stampa. Per loro, la scelta della carta è spesso essenziale, così come lo sono gli inchiostri e i colori. Karl Lagerfeld eccelle in questo campo. "La carta è il mio materiale preferito; è il punto di partenza per un disegno e il risultato finale di una foto (3)". Come per tutti i processi, siano essi antichi, moderni o nuovi: stampa su oro e argento, resinotipia, trasferimenti Polaroid, serigrafia, stampa digitale, ecc. Come Anne Cartier-Bresson ha giustamente sottolineato in “Notes on the material of Karl Lagerfeld’s images”,
    "Il periodo di realizzazione del suo lavoro fotografico, dal 1987 ad oggi, ha visto molti cambiamenti significativi sia per quanto riguarda l’esposizione che la stampa. Karl Lagerfeld ha tenuto conto di questi cambiamenti, ma anche del parallelo sviluppo di una fotografia alternativa su pellicola che, come l'Haute Couture, sarà capace, in termini di immagine, di valorizzare l'aspetto manuale e artigianale della stampa, che diventa così un pezzo unico (4)”.

    Karl Lagerfeld confessa una passione per Alfred Stieglitz, Edward Steichen, Clarence Hudson White, così come per la fotografia tedesca degli anni Venti. Ma il suo lavoro fa riferimento anche ad altre discipline come la pittura, il cinema, l'architettura o i fumetti.
    In "Omaggio a Oskar Schlemmer" vengono combinate serie ispirate a Metropolis di Fritz Lang o ai film di Murnau, immagini che richiamano Sir Lawrence Alma-Tadema o Caspar David Friedrich nei suoi mirabili paesaggi, o anche Frederic Edwin Church.
    Karl Lagerfeld spazia con grande eleganza e umorismo in tutti questi ambiti e, con lo stesso interesse che riserva sia alle immagini immobili che a quelle in movimento, possiamo quindi dire che il suo lavoro fotografico è in perfetta armonia con quello della generazione più giovane che abbatte i confini e pratica indifferentemente le arti visive, la fotografia, il cinema, i video, ecc.
    Nutrito da una cultura quasi enciclopedica e decisamente europea, il suo lavoro è percepito sia come un'instancabile ricerca di forme e materiali sia come una formidabile lezione di fotografia. Una lezione che non ha nulla di pesante o di accademico, ma che piuttosto risulta leggera e piena di fantasia, un’ immagine di un uomo desideroso di libertà che ama, soprattutto, avventurarsi lungo i sentieri meno battuti. Un maestro, in sostanza, che avrebbe marinato con piacere una scuola d’immagine.

    Jean-Luc Monterosso
    Direttore della “Maison européenne de la photographie”
    Paris, 25 Agosto, 2010
    (1) Intervista ad Eric Pfrunder, Paris, 20 Luglio 2010.
    (2) Prefazione del catalogo della mostra Boulakia Galerie, Paris, 1992.
    (3) Idem.
    (4) Anne Cartier-Bresson, La “peau” de la photographie. Notes sur la matière des images de Karl Lagerfeld, vedi pag. 215.